Il club delle cattive madri

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Da qualche giorno pensavo di dover tornare a scrivere e questa volta come mamma per aprire il mio personale “Club delle cattive madri”. Da quando sono rimasta incinta, infatti, ho scoperto un intero universo sconosciuto che, in pratica, divide il mondo in buone madri e cattive madri. Quello che non sapete è che, in un modo o nell’altro, ricadrete nella seconda categoria.

Oggi scrivo per parlarvi di allattamento. Ieri un noto blogger, Il Signor Distruggere, ha pubblicato il seguente status “Mi state segnalando in tanti lo screen di una mamma che in un ristorante viene invitata dalla cameriera ad andare ad allattare in bagno.
La demente è, ovviamente, la cameriera, di cosa quindi dovremmo discutere?”, i commenti sono subito fioccati. Per chi non lo sapesse Vincenzo Maisto, in arte Distruggere, è diventato famoso con le prese in giro alle “pancine”, donne che vivono la gravidanza in maniera un po’ particolare, spesso molto ignoranti e che condividono le loro ansie e paure sui social in appositi gruppi. Il post sopracitato, però, ha suscitato una marea di risposte assurde che ci fanno capire quanto in Italia siamo non solo retrogradi ma maschilisti e ignoranti. I peggiori commenti sono, ovviamente, femminili. Per citarne qualcuno “A me quelle che allattano in pubblico mi disturbano. Perché al 90% dei casi non è necessario. Non ditemi che in autobus e’ necessario. Se esci col pupo ti porti il biberon. Su questo mi rendo odiosa, lo so”, “Credo di non essere l’unica a pensare che l’allattamento sia un gesto così intimo e di così profondo legame tra madre figlio che sbandierarlo come delle selvaggio del Borneo in ogni dove, lo squalifichi da significato sentimentale che ha.”, “alcune donne lo fanno solo per ostentare e mettere in mostra il proprio seno”, “allattare in pubblico è come andare in giro col pene di fuori” e chi più ne ha più n metta. Adesso io voglio presupporre che sia l’ignoranza a far parlare le persone e anche la poca consapevolezza miscelate insieme a quella sana dose di “sono troppo figa non voglio fare figli quindi tu che hai deciso di fare figli e rovinarti la vita non darmi fastidio” quindi voglio raccontare com’è l’allattamento.

 

allattamento

Quando ho seguito il corso pre-parto l’allattamento ci è stato raccontato come un momento in cui il bimbo ci avrebbe guardato negli occhi cercando la nostra anima e avremmo creato un legame madre figlio. Poi, però, ci hanno parlato di mastiti, ragadi, sangue, dolore e quant’altro. L’allattamento al seno è la cosa migliore per il nostro bambino, gli dà anticorpi, gli avita anemie, malattie e man mano che l’ostetrica parla nella mente della gestante partono mille paranoie “e se non avessi latte? e se non potessi allattare? sarò una cattiva madre perchè non allatterò?” Allora inizi ad informarti, ti dicono che tutte hanno il latte, che bisogna far attaccare il piccolo il più spesso possibile per farlo arrivare, che non bisogna scoraggiarsi. E allora tu lo fai…5 minuti dopo aver partorito, mentre qualcuno sta ancora ricucendoti la ciucia fai attaccare il bambino al seno e ti sembra la cosa più bella del mondo. Facile, pensi.

Ti portano in camera e ti lasciano con il piccolo, non sai cosa devi fare, sai che se piange provi a dargli la tetta. I primi giorni hai solo il colostro, una sostanza irriproducibile che sazia e ripulisce il corpicino di tuo figlio. Peccato sia denso e faccia malissimo quando il bimbo si attacca. Ma non demordi, aiuti il bambino ad attaccarsi bene, chiami le ostetriche ogni volta che lui cerca di mangiare per farti controllare che l’attacco sia giusto. Non che ci provi gusto a che ti guardino le tette 10 persone al giorno ma il rischio che lui non si attacchi bene causandoti ragadi (NDR tagli sui capezzoli che diventano pezzi di pelle mancante con relativa perdita di sangue e possibile pus) ti fa perdere quel poco di pudore che non credo ti sia restato dopo essere stata a gambe aperte con di fronte una decina di persone che fanno il tifo per la tua patata mentre tu imprechi contro i film che ti fanno credere che ci voglia poco.

E così arrivi a casa. E arriva la montata lattea. Il seno ti diventa enorme e durissimo e no, non è sexy. Il mio fidanzato, nonostante abbia assistito al parto senza battere ciglio, mi ha detto di andare in ospedale dopo aver toccato le mie tette durante la montata e aver detto che era una cosa impressionantissima. E così sono finita all’ambulatorio dell’allattamento dove una santa donna mi ha attaccata ad un tiralatte elettrico mente mi massaggiava con violenza per sciogliere il latte della montata. Un dolore inaudito. Un secondo travaglio. Sono uscita dopo 3 ore con le lacrime agli occhi e un vasetto del mio latte tirato. Ma il mio bimbo era pigro e non riusciva ad attaccarsi bene. Così ti ritrovi a comprare dei paracapezzoli in lattice, per aiutare lui e soffrire meno tu. E nel frattempo speri di riuscirci, di non sentirti una cattiva madre.

A questo punto ti ritrovi di fronte ad una scelta: allattamento a richiesta o no? A richiesta vuol dire che dai da mangiare allo gnomo ogni qual volta piange. La dipingono come una scelta naturale e giusta e così ci provi. Ma tuo figlio ciuccia per due minuti, poi si addormenta e dopo un quarto d’ora piange di nuovo. Di giorno e di notte. E tu non ti lavi, non fai la cacca, non dormi. Per giorni. E tuo figlio inizia ad avere le colichette. Già perchè mangia voracemente e si gonfia d’aria. Tu piangi. Ma non demordi.

Leonardo ha 40 giorni. Abbiamo smesso l’allattamento a richiesta e mangia ogni 3 ore. Ah..quando mi dicevano ogni 3 ore prima di avere un figlio mi sembrava una cosa tranquilla…ora so che sono 3 ore dall’inizio della poppata non dalla sua fine e una poppata può durare anche un’ora. E lui mangia ogni tre ore di giorno e di notte. Allattare al seno, quindi, vuol dire per me mamma passare le notti 1 ora sveglia e dormo 2 quando mi va fatta bene. I capezzoli fanno male ogni volta che si attacca, devo andare in giro con le coppette assorbilatte – degli assorbenti per tette – e per questo non posso stare mai senza reggiseno, allattare stanca da morire e dormirei anche io per le due ore successive alla poppata, ho sempre sete e fame e sono stanca. Più di una volta sono stata tentata dal dire “passo all’artificiale”, potrei dividere l’incombenza col papà ed essendo meno digeribile il latte non mio la notte dormirebbe. Ma ho scelto di allattare.

latte

Adesso leggere certe stronzate riguardo all’allattare in pubblico capite perchè mi fa girare abbastanza le scatole.

  1. Dagli il biberon. I bambini allattati al seno non prendono il biberon, non sanno berci, la suzione è diversa e se scoprono che c’è un modo facile per ottenere il latte smettono di prendere la tetta. Inoltre non è che prendo il biberon dalla borsa e glielo do freddo, se sono in bus devo comunque dargli la tetta. Questo senza considerare che tirarsi il latte è doloroso oltre ad essere una gran rottura di cogliono.
  2. L’allattamento è intimo come fare l’amore. Io non so che problemi abbiate ma io allatto davanti a mio padre e mio fratello ma Leonardo è stato concepito senza spettatori! Di intimo e poetico l’allattamento ha poco dopo la prima volta che lo fai in sala parto. Occupa all’incirca 5/6 ore delle mie giornate, è un lavoro, quando è nervoso mi morde, quando butta la testa all’indietro si tira dietro la tetta dato che è una ventosa. Smetti di guardarlo dopo la terza volta. Dal terzo giorno guardi 12 stagioni di Grey’s Anatomy in due o tre lingue e compri su amazon qualsiasi cosa ti venga in mente. Di notte bestemmi.
  3. Si allatta in casa. Calcolando il tempo che passo ad allattare significherebbe non uscire mai e no, questo non lo accetto. La vita non finisce perchè hai un figlio nè perchè sei circondato da gente idiota. Si possono continuare a fare le cose anche dopo aver fatto figli, non siamo negli anni 50. E non stai dimostrando poco amore nel non rinunciare a tutto, stai solo dimostrando di essere una persona.
  4. Lo fate per mettervi in mostra. Ho mostrato più tette in qualsiasi serata in discoteca che mentre allatto. Le scollature vertiginose dei miei vestitini pre-mamma mostravano molto di più ma nessuno si è mai lamentato. Inoltre non farei vedere le mie tette attualmente neanche al mio fidanzato. Attualmente ho un corpo che riconosco poco e pensare che mi faccia piacere esibire le tette chissà per quale motivo davanti a zii, fratelli e cugini lo trovo proprio idiota.

Ma sì, allattare è fattore di orgoglio, posso nutrire mio figlio e ho combattuto per farlo. Ho combattuto col dolore, con le notti insonni, con la pigrizia di quel frugoletto e spero di non dover combattere anche con l’ignoranza della gente e spero che nessuna donna debba farlo. E sì anche io da giovane mi dicevo “Io non voglio figli” ma la verità era solo che non amavo qualcuno a tal punto da volerlo riprodurre. E se l’ho amato è stato proprio perchè una delle prime cose che mi ha detto è stato “Fare un figlio non significa smettere di vivere” ma vivere per due, vi aggiungo io. E spero che di argomenti come questo se ne parli e a lungo, perchè viviamo in un paese retrogrado, maschilista e ipocrita per cui le tette in prima serata vanno bene ma se allatti in pubblico sei una cattiva madre. E lo sei per tutti. Per le ex neomamme ora vecchie e acide che parlano dei bei tempi in cui non si allattava in pubblico perchè non si usciva con un bimbo piccolo e ti additeranno come cattiva madre che non sa fare delle rinunce – come se rinunciare al sonno, al tuo corpo, alle uscite frequenti etc etc non bastasse – e che non sa mettere il benessere del figlio avanti al proprio. Per i giovani che non vogliono figli – poveri ingenui!- che gli fa schifo vedere “tette grondanti” (wtf??!!), “selvagge del Borneo che allattano come mucche per strada”, “bambini urlanti come sirene” e chi ha qualsiasi cliché sui bimbi lo dica pure per cui sarai una cattiva madre perchè non solo hai deciso di rovinarti la vita procreando ma stai disturbando la loro cena perchè il loro accompagnatore guarda te che allatti nonostante loro siano uscite con più tette di fuori di te. Per quelle che allattano a richiesta sarai una cattiva madre perchè fai piangere tuo figlio al posto di dargli la tetta, per quelle che allattano a orari sarai una cattiva madre perchè accontenti tuo figlio sempre dandogli la tetta ogni volta che vuole.

Insomma….benvenuta nel club!

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Vita di M.

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Potrebbe anche essere il racconto delle mie giornate passate a pulire cacca di neonato ma….ecco i link di tutte le puntate pubblicate fin’ora.

Cosa ne pensate?

Puntata pilota

Puntata 1 Aleggi di casa

 

Puntata 2 Benvenuta in casa Aleggi

Puntata 3 Come te nessuno…ma….

Puntata 4 Dall’alba al tramonto

Puntata 5 Elf un elfo di nome Sergio

Vita di m. puntata 1 – “Aleggi di casa”

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Vi è piaciuta la puntata pilota? Curiosi di sapere chi e come diventerà il nostro nuovo coinquilino?

I lavori di casa procedono più o meno come previsto ma i nostri protagonisti non hanno ancora trovato il/la coinquilino/a ideale. C’è una ragazza, però, che ha visto la casa senza conoscere tutti i suoi abitanti e c’è una sola domanda che i ragazzi hanno concordato e deciso dopo settimane a cui la ragazza deve rispondere….una sola domanda….

 

Vita di m. puntata pilota

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Finalmente on line la prima puntata della mia web serie! Signori e signori ecco a voi, curiosissima di leggere i vostri commenti!

Vi faccio un rapido riassunto iniziale prima di vedere l’episodio: Beatrice, Luna, Daniele, Francois e Sergio sono coinquilini, gli manca una sola persona per completare l’appartamento. Ma cercano una persona con caratteristiche precise e con piccole gelosie… Sergio lo vuole preciso, Daniele che mangi poco, Beatrice affascinante, Luna che non guardi Francois, Francois…beh è Francois….

Buona visione!

 

Vita di M

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Assente da due anni o poco più. Mea culpa. Ho lavorato a due progetti….di uno vi mando il link (oddio mi vedrete!) l’altro ce l’ho ancora in pancia…ma ancora per poco!

Per ora vi lascio con  quello on line ma a breve scriverò del piccolo alien che cresce dentro di me e del fantastico mondo della gravidanza….tutto quello che nessuno vi dice….

Un abbraccio a tutti

 

Intervista a una professoressa

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Vorrei chiarire e spiegare alcuni punti sul perchè sono incazzata come una pantera rispetto al concorso. Siccome nessun giornale ce lo lascia fare, simulerò un’intervista.
D.: è giusto che facciate il concorso!
R: Io sono disposta a fare tutti i concorsi del mondo ma con un programma e del tempo. Stiamo studiando non si sa cosa se non “lo scibile umano” in pochi mesi. In mesi, tra l’altro, che non solo sono di normale lavoro ma sono di lavoro raddoppiato nel mondo della scuola. Infatti, capisco che chi non è nel mondo della scuola non possa capirlo, ma aprile-maggio è il periodo più duro per un’insegnante. Abbiamo mille verifiche da fare, riunioni varie, consigli, scrutini, riunione delle quinte e chi più ne ha più ne metta.
D: Ma era così anche prima non è cambiato nulla con Renzi?
R: Certo che è cambiato! Prima avevamo il doppio canale ovvero il 50% dei posti veniva assegnato tramite concorso e il 50% tramite graduatoria. Questo permetteva a chi faceva anni di gavetta di non vederla sprecata. Magari dopo 10 anni, magari dopo 15 ma prima o poi i sacrifici venivano premiati. Adesso, invece, se non vinci il concorso sei fuori, ma essere una buona insegnante significa saper rispondere a domande sterili di teoria?
D: E questa cosa dei 36 mesi?
R: In aggiunta alla fregatura della chiusura del doppio canale ne abbiamo un’altra. Adesso, dopo 36 mesi di contratto, ossia dopo i normali 3 anni limite in ogni azienda per legge per poter fare contratti a tempo determinato, la 107 prevede che non possiamo più essere assunti. Questo significa che, se non vinco il concorso, avrò 3 anni in cui il governo potrà sfruttarmi e poi mi troverò senza un lavoro e senza la possibilità di essere ri-assunta. Ed è diverso da un qualsiasi altro lavoro perchè qualsiasi altro lavoro è spendibile ma noi dove lo spendiamo il nostro lavoro? Che sappiamo fare? Insegnare e dove si insegna? a scuola.
D: Ho sentito della polemica sul TFA
R: Già, il Tfa. Il Tirocinio Formativo Attivo è stato, di fatto, il sostituto delle vecchie SSIS, scuole di specializzazione all’insegnamento secondario. Come loro avevamo un test d’ingresso, anzi 3, come loro seguivamo corsi e davamo esami, come loro abbiamo avuto l’abilitazione in presenza di un funzionario dello stato. Il Tfa fu presentato come un concorso-corso (parole della stessa ministra Giannini rimangiate ora) il cui numero di posti si basava sul fabbisogno regionale. Il nostro caro premier ha, successivamente, detto che quando parlava di fabbisogno non si riferiva al numero di insegnanti che servivano, ci chiediamo ancora nel linguaggio renziano cosa significhi fabbisogno. In Emilia Romagna siamo entrati in 22 a questo corso, abbiamo passato un anno infernale lavorando la mattina, facendo il tirocinio nel nostro tempo libero, viaggiando per Parma tutti i giorni e tornando a casa alle 8 di sera con compiti da correggere e compiti assegnati a noi al corso. Ma a metà di questo percorso infernale è stata approvata la 107 che diceva che di ruolo si entrava solo col concorso. Ricordo ancora la faccia dei nostri professori quel giorno…mortificati si scusavano per il governo, per una decisione presa dopo che noi avevamo pagato 3000 euro per partecipare al corso. Abbiamo visto i nostri colleghi delle SSIS entrare di ruolo, tra cui ovviamente Agnese Renzi, con i nostri stessi titoli mentre a noi toccava un concorso ancora.
D: però a noi sembra giusto che facciate un concorso, nel privato si fanno i colloqui.
R: Un concorso, non mille! Vi faccio il paragone…è come se un giorno mettono un annuncio di lavoro in un’azienda e dicono “servono 100 impiegati”, tu ti presenti al colloquio e sei preso, sei uno dei 100. Dopo 6 mesi arriva il tuo capo e dice “ragazzi dal mese prossimo servono solo 50 di voi, gli altri a casa. Entro il mese prossimo dovete sostenere un esame che comprenda tutti gli esami che avete fatto all’università” “ma capo dobbiamo lavorare” “E certo e la notte che c’è a fare? Studiate di notte” così voi lo fate e dopo un mese fate l’esame, lo passate ma non avete diritto al lavoro, no, avete diritto a fare un corso che vi impegnerà così per un anno. Ma alla fine dell’anno siete felici, avete fatto il vostro lavoro, avete sostenuto il corso e nessuno potrà togliervelo. Ma ecco che dopo due giorni torna il capo e vi dice “Tra due mesi ne servono solo 25 di voi, dovete fare un esame che comprenda tutti gli esami dell’università, più tutti gli esami del corso dell’anno scorso…ah e dimenticavo…anche se voi avete fatto tutto questo in italiano, io lo voglio in spagnolo.” Ecco questa è la nostra vita degli ultimi anni.
D: Va bè però lo fate per un lavoro da privilegiati e lavorate per solo 18 ore a settimana!
R: Anche su questo vorrei che si riflettesse. 18 ore sono quelle di lezione diretta, ossia le ore reali che passi in classe, a quelle ci sono da aggiungere un’ora di ricevimento più le varie ore buche per quanto riguarda la mattina. Per i pomeriggi abbiamo normalmente 80 ore all’anno di cui nessuno parla. Vi faccio, poi, un rapido calcolo del tempo speso nei compiti in classe: per regolamento devi fare almeno 6 compiti in classe all’anno, un’insegnante di lingue ha 6 classi, quindi 36 compiti in classe per una media di 25 studenti per classe per un totale di 900 compiti in classe da correggere ogni anno. Senza contare prove di recupero e prove differenziate per bes e dsa. SE mi dessero un ufficio in cui fare queste cose io sarei solo felice. Infatti spesso sono costretta ad andare a scuola nel mio giorno libero per stampare e preparare verifiche, per non parlare di tutti i giorni di scrutionio e consigli in cui entriamo alle 8 del mattino e usciamo alle 8 di sera senza avere pausa pranzo. E calcolando che entriamo alle 8 dovremmo stare a scuola fino alle 16 per fare le 8 ore come tutti. Per me è difficile che io finisca di fare cose per la scuola prima delle 16 ma se mi assicurassero un ufficio col mio pc e una stampante e restare a scuola tutti i giorni dal lunedì al venerdì fino alle 16 io firmerei subito! Purtroppo il nostro lavoro non finisce quando scattano le 8 ore ma quando tutto è pronto per il giorno dopo.
D: Ok ma le ferie?
R: Parliamo anche di questo miti da sfatare. Quante ferie abbiamo! Tre mesi di ferie in estate! Sfatiamo questo mito, prima di tutto abbiamo gli esami di stato, il tutto finisce intorno al 15 luglio e poi abbiamo gli esami di riparazione che ricominciano il 29 agosto, quindi sarebbe un mese e mezzo e non tre mesi. A parte questo vorrei spiegare cosa vuol dire avere le ferie predeterminate da qualcuno. Noi non possiamo andare in ferie in altri periodi, non abbiamo MAI la possibilità di prenderci dei giorni. Questo significa che c’è un evento bellissimo, ho trovato un biglietto in sconto, si sposa mio cugino, non hai ferie. Hai diritto a 6 giorni all’anno che non si sa mai se e come ti vengono concessi. Io ho dovuto litigare per avere un giorno di stop dopo la gita che mi aveva impegnato dalla domenica al venerdì includendo un festivo e un giorno libero. Le segreterie stanno facendo problemi a tutti per il giorno o i giorni del concorso che, ovviamente, il ministero ha messo durante il mese in cui siamo a scuola dalla mattina alla sera. Oltre a ciò noi lavoriamo di sabato, ciò significa non farsi mai un week end, non uscire mai il venerdì sera, non avere mai due giorni di fila per riposare. Non sottovalutate il dimenticare per 9 mesi cos’è il week end. Inoltre vorrei farvi notare che la maggior parte di noi è precaria, quindi non ha ferie estive ma disoccupazione. Io sono precaria da 5 anni ma come avete potuto vedere al concorso c’è gente di 64 anni, persone che le ferie non le hanno mai vissute in vita loro.
D: Però guadagnate all’ora più di chiunque altro
R: Nonostante non mi lamenti dello stipendio di un insegnante, stiamo parlando di 1200 euro, soldi che, tra l’altro, non aumentano mai. Grazie al blocco degli stipendi e alla 107 il nostro stipendio non ha scatti di anzianità per almeno i primi 10 anni, poi aumenta di 60 euro per altri 5 anni. Nessun laureato guadagna così poco. All’inizio forse ma dopo pochi anni guadagneranno molto di più. E all’inizio nessuno di noi ha 18 ore, quindi nessuno di noi guadagna così tanto. Dopo 5 anni di lavoro io guadagno 1200 euro per 8 mesi all’anno e 400 per i restanti 4, per un totale di 11.200 euro l’anno che fanno la bellezza di 933 euro al mese. Straordinari non pagati e nessun bonus. Le sembra che guadagniamo tanto?
D: Ma allora perchè lo fa?
R: Perchè amo il mio lavoro, amo vederli crescere e vorrei essere di ruolo per portarli avanti fino al diploma, per smettere di affezionarmi ogni anni a qualcuno e non vederlo più l’anno dopo. Perchè un grazie di un genitore al ritorno da 7 giorni di gita e responsabilità vale più di una quattordicesima che non ricevo. Perchè un’ora di straordinario non pagata per ascoltare le loro paure non ha prezzo. Perchè non sapete che emozione si prova quando ti dedicano una tesina all’esame di stato. Perchè sentirli cantare in spagnolo l’ultimo giorno di scuola non ha prezzo. E forse non risponderò a delle domande inutili su come faresti una lezione standard a dei robot, forse non saprò come si dice misure compensative in spagnolo, forse non saprò a memoria tutti i livelli del framework internazionale ma è questo che fa un buon insegnante?
Per oggi abbiamo concluso la nostra intervista, restiamo a disposizione per tutti i vostri dubbi e le perplessità sul mondo dell’insegnamento e vi auguriamo un primo maggio, a tutti, ma specialmente a tutti quegli insegnanti che grazie al governo Renzi non avranno nulla da festeggiare.
Ricordatevene alle prossime elezioni.scuola-elementare

Nord sud…ovest est

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L’eterna battaglia tra nord e sud, tra terroni e polentoni, tra emigranti e rimasti a casa mi fa tornare a versare inutili parole in un non ben identificato spazio virtuale. E tutto per colpa di Clementino e di Sanremo. Già, perchè dall’insulsa canzone del rapper stonato è nata una disputa senza fine tra chi al sud non ci vuole tornare e chi ammazzerebbe per una sfogliatella.

Vi riassumo il problema: Clementino, nel suo credersi rapper portatore della voce dei sofferenti, scrive una canzone in cui piange l’essere cantante emigrante e l’essere costretto a cercare il colore laddove non c’è il sole (al nord), poverino ma lui da bambino voleva vedere il cielo ma qui piove e fa tempesta. Eccolo qua, lui, portatore di voce di una generazione che, dopo i comunisti in pantofole, sforna gli emigranti in eurostar.

Sia chiaro, io sono terrona e comunista.Il peggio che possa capitare a una brioche.

Ed ecco lì che si scatena la faida non appena commento sui social che Clementino si poteva pur sta a cas se non gli piaceva il nord. Eccoli lì gli altri emigranti in eurostar ad attaccarmi sostenendo che io, da terrona, dovrei essere concorde con Clementino e cbhe, anzi, offendo il sud.

Io offendo il sud? Da sempre si è sostenuto che chi guarda le situazioni dal di fuori è più obiettivo da chi ci è dentro ma, purtroppo, questa regola non vale se parli del sud. Del sud non si può parlare perchè nell’ordine chi non se n’è andato o chi se n’è andato ma anela un ritorno all’ovile ti dirà: – che sei una persona pessima, che è facile essersene andati mentre loro combattono, che è tutta colpa della camorra, che tu dovresti difendere la tua terra, che sono i polentoni a parlare sempre male dei terroni e tante altre cose di questo genere.

Facciamo un elenco, uno dei miei tanto amati elenchi.

  1. Quelli che denunciano l’evidente facilità dell’essermene andata contro la loro combattiva attitudine a voler cambiare la loro terra. Sinceramente ne conosco ben pochi. Sono cresciuta in una famiglia in cui mia madre e mio padre passavano il loro tempo libero a cercare di salvare il mondo. Lo fanno ancora. Si sono battuti per gli scivoli sui marciapiedi nella nostra cara città di Eboli, mi hanno fatta recitare in un video in cui portavamo cessi rotti al sindaco di tale cittadina denunciando la permanenza di una discarica a cielo aperto in un area formalmente adibita a parco giochi, sono andata in giro per l’Italia con la loro associazione pro bambini disagiati, ho bevuto del te nelle capanne degli immigrati. Celebre fu la frase di mio fratello “Vorrei essere un marocchino per avere le vostre attenzioni” citazione ignara di Almodovar in Tutto su mia madre. I miei genitori, e di conseguenza noi, sono stati additati e a tratti allontanati anche dalla stessa famiglia per la loro attitudine a lottare contro qualsiasi forma di ingiustizia o di rregolarità. Persone straordinarie. Non conosco nessun altro che abbia sacrificato neanche la metà della metà di quello che hanno sacrificato loro per salvare il sud. Non mi risulta che nessuno di quelli che mi accusa di aver scelto la strada più facile si sia trovato di fronte al bivio della difficile scelta tra un futuro tranquillo al nord o una vita da sacrificare alla causa sud. Eppure chiunque sia restato per un qualsiasi motivo che prescinda da qualsiasi volontà di riabilitare il caro e vecchio nome della Campania non fa altro che darsi il merito di averlo fatto.
  2. Quelli che “al nord si sta male”. Si sta male ovunque se non si ha quello che si vuole. La stessa città, in periodi differenti della vita, vi darà sensazioni diverse. Per continuare a citare i miei genitori ricordo di una vacanza a Parigi in cui padre e madre tornavano dopo esserci stati freschi fidanzati. La città dell’amore apparsa ai loro occhi sputare cuoricini dalla torre Eiffel sembrava ora, agli stessi, sporca e con molta meno magia. Non sempre ho amato Bologna con la stessa verve con cui lo faccio ora. Ma ora sono felice, innamorata e soddisfatta e i miei 6 kg in più lo dimostrano ad ogni passo. Nessuno può essere felice in un posto se non è felice a prescindere. Una città va vissuta, affrontata, assaporata. Ricordo mio fratello ai primi anni di università, ci trovavamo entrambi a Napoli e io lo incitavo ad uscire, lui si rifiutava. Uscì due volte e due volte fu rapinato. Promise che non sarebbe mai più uscito. Adesso è ai suoi primi tempi a Milano, gli manca Napoli, la città più bella del mondo, sullo sfondo del pc ha il vesuvio e vorrebbe mangiare sfogliatelle. Ogni posto è bello se abbiamo dele lenti rosse.
  3. Le giustificazioni. Nessuno, o quasi nessuno, del sud ti dirà mai “Beh dai un po’ di colpe le abbiamo anche noi.”. Una conversazione normale è così A: “Va bè ma voi al nord una birra la pagate 5 euro, noi 2!” B: “E’ normale quando sei costretto a fare tutti gli scontrini, ad avere tutto il personale in regola, pagare la SIAE, pagare per il dehor…” A: “Va bè ma che c’entra…una volta sono andato al nord da un medico e non mi ha fatto la ricevuta!” B: “Ma nessuno ha mai detto che qui la fanno tutti ma si parla di percentuali d’evasione.” A: “Ma pensi che sia il baretto di paese ad essere un problema per l’Italia? Il problema è il grande evasore! è l’imprenditore! e l’imprenditore di dov’è? Del nord! Al nord non le pagano le tasse gli imprenditori e poi con chi ce la prendiamo? Col bar al sud che non fa gli scontrini!” Ma tu il tuo dovere civico di chiedere lo scontrino lo fai? Certo che anche al nord non li fanno, certo che ci sono i grandi evasori, gli stessi calciatori e piloti di moto gp che seguite ogni domenica! Ma richiedere lo scontrino vuol dire fare già la metà del proprio dovere. Questo come tante altre cose dal fare il biglietto sull’autobus a non ridere perchè un ragazzo è stato picchiato dai bulletti di Eboli per aver cercato di dire che non potevano buttare un ventilatore nei secchi dell’immondizia normali.
  4. Al nord sono rigidi. E nessuno lo mette in dubbio. L’elasticità mentale non è qualcosa che appartiene al carattere nordico e te lo svela la campagna pro fare i biglietti dell’autobus a Bologna. “è davvero ben scorretto chi non paga il suo biglietto” inneggia un cartello su ogni bus. E, apparentemente, pur di non essere additati come scorretti i nordici obliterano. A me, terrona, la prima volta che l’ho letto mi ha fatto venire voglia di non timbrare e di scrivere “coglioni” sul cartellone. I nordici sono rigidi, se c’è una regola è quella. Non si parcheggia fuori dalle strisce se una ruota spunta fuori…multa e a nulla valgono i tuoi “ma era fuori di 3 centimetri!” era fuori, e al nordico quello basta. So matti, so fusi ma se devo dirla tutta preferisco questa rigidità innata al parcheggio selvaggio al “va buò dai 3 minuti la lascio in seconda fila”, a chi si ferma per strada a salutare l’amico e tu dietro come un idiota. Ma anche questo, so scelte.
  5. Ogni scarrafon è bell a mamma soia. Ovvero, ognuno ha la propria scala di valori. Vi inviterei a riflettere sull’utilizzo della parola “costretto”. Siamo costretti ad andare al nord. Costretti vuol dire che non hai nessun’altra alternativa possibile, vuol dire che se resti hai una bomba che esplode, un serial killer sulle tue tracce, una taglia sulla tua testa. Io, e gli altri emigranti dell’alta velocità, l’abbiamo scelto. Sono sempre stata scettica sul concetto di indice della qualità della vita. Indice secondo chi? Il mio personalissimo indice prevede funzionalità dei mezzi pubblici, efficienza degli uffici, facilità di raggiungere il posto di lavoro, parchi nei dintorni. E per questo, dopo un’attenta analisi, ho scelto Bologna. E ho deciso che fosse la mia città e comprato casa prima di incontrare l’amore e senza avere certezze lavorative. Per me questa è casa, ora più che mai e sarei disposta a lavare cessi pur di restare nella città che amo accanto alle persone che amo. Ma se nella vostra classifica conta più il sole, il mare e la sfogliatella fatevi due conti. A volte bisogna rinunciare a qualcosa, alla città, al lavoro dei sogni…rinunciate a ciò che vi pesa meno per far si che la vostra vita sia il più simile possibile a quella che avete sempre desiderato.
  6. Due pesi due misure. Se Clementino dice “lì piove sempre e non  c’è il sole” non è un’offesa ma un dato di fatto. Se un polentone risponde “lì c’è l’immondizia per strada” è un’incredibile attacco e offesa e non si deve permettere. Il terrone ha come indole quella di giustificare le parole in quanto generalizzazione e in quanto “noi siamo a cumpagnon, non non offendiamo, scherziamo.”

Miei cari amici, parenti e conterranei, io vorrei tanto che voi vedeste quello che vedo io. Io vedo una terra che non aveva niente di più della terra che difendete così a spada tratta, nè più nè meno, che ha raggiunto dei traguardi. E certo mai potranno avere il sole e il mare, e certo mai potranno avere inverni miti e estati infinite ma voi, invece, potreste averlo quello che hanno loro e non lo avete. E non date la colpa sempre e solo agli altri, al destino, alla politica e alla camorra. Prendetevi qualche responsabilità, chiedete gli scontrini, obliterate i biglietti, smettete di guardare “Il boss delle cerimonie” e scrivete mille lettere a Real Time per denunciare l’infinito e patetico clichet che si dà del sud. Scegliete dove volete viere, scegliete cosa sacrificare nella vita, liberatevi dei preconcetti, sentitevi eroi solo quando lo siete, rifiutate lavori aggratis anche in cambio di punti a scuola, non andate in affitto a nero. E se siete “costretti” ad andarvene al nord sorridete, perchè ogni posto è accogliente se sorridete, ogni città vi offre qualcosa se lo cercate ma da nessuna parte del mondo le cose vi cadranno tra le mani mentre brontolate che è tutto una merda.

E certo che gli imbroglioni ci sono anche al nord ma questo non vi dà una giustificazione all’esserlo anche voi. D’altronde le persone più integerrime mai conosciute sono i miei genitori, nate e cresciute al sud. Che vi siano d’esempio.