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Tra il fare e l’essere

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Premessa. Avevo intenzione di scrivere un post divertente sulle 10 ragioni per farsi la frangia ma una discussione avuta ieri con un mio amico mi ha ispirata un post più riflessivo. Come direbbero le mie compari Stefy e Cate “non è nè positivo nè negativo, ma interlocutorio”. Veniamo al discorso serio. Il tutto è partito dal parlare di amore…ovviamente.

Discutendo sulla possibilità di avere un toy boy e il mio declinare l’invito in quanto un toy boy sarebbe un mio alunno, cosa che mi metterebbe in una posizione scomoda, il mio amico mi risponde “vedrai tra 10 anni, quando sarai una bella divorziata” e allora mi sono chiesta…ma non posso avere una bella storia ed essere come mia madre e mio padre che, a un mese dai 32 anni di matrimonio, si svegliano a vicenda con caffè a letto e canzoni con la chitarra? Da qui una riflessione sul perchè, al giorno d’oggi, tale avvenimento viene visto come una chimera o un fatto raro. Effettivamente è raro ma la mia domanda è “perchè?”

Io a tutte ste storie che è perchè le donne sono molto più mignotte inside e la danno via come se fosse di qualcun altro non ci credo molto. Cioè è vero che oggi costa di più un kilo di pane ma non credo sia fondamentale…mi chiedo…non abbiamo forse smesso di cercare chi siamo e guardiamo di più a cosa facciamo?

Mi spiego meglio. Nella nostra società piena di insicurezze, dubbi e precariato colmiamo questi vuoti con mille cose da fare sin da piccoli…bambini che fanno calcio, karate, tennis e d’estate campi estivi (aggiungerei che questo avviene più al nord che al sud ma risulterei razzista ;)) ed eccoli diventare adulti che fanno comunque mille cose. Quando si fermano questi adulti? Mai! Eccert nella vita ci sono sempre mille cose interessanti da fare, io vorrei imparare il francese ad esempio, solo per non sembrare Ratatouille ogni volta che leggo un titolo in  quella strana lingua parlata con la bocca a culo di gallina, vorrei fare arrampicata, giusto per vedere dopo quanti mesi arrivo a mezzo metro da terra e sopratutto vorrei giocare a tennis solo per mettere uno di quei fantastici vestitini…per non parlare del pattinaggio artistico per gli stessi motivi!

Ma facendo questo milione di cose, mi domando, non ci perdiamo lo stare con noi stessi e conoscerci? In fondo per conoscere qualcun altro devi passare del tempo con lui/lei e allora perchè non passiamo del tempo con noi stessi? Finiamo per essere cosa facciamo ma non chi siamo. E ci innamoriamo delle cose che fa l’altro e non di chi è. E così un giorno ti molli, senza apparente motivo, e la frase che si ripete è “mi sembra di non conoscerlo più” ma forse la domanda a monte sarebbe “l’hai mai conosciuto?”.

Luca, il mio amico, continuava ad insistere che tu sei un puzzle di quello che fai. Io però non credo proprio. Certo io sono un’insegnante, sono una che balla, sono una che scrive un blog e sono una che sta girando una web serie. Ma queste cose sono poi così fondamentali nella descrizione del mio io? E se un giorno smettessi di farle? Potrei innamorarmi di qualcuno che abita lontano e lasciare la scuola di danza e la serie, potrei avere un figlio e non lavorare per un po’. E cosa succederebbe in quel momento? Non sarei più io? Le cose che faccio possono far capire qualcosa su chi sono ma non possono essere me.

E forse se ci avessi pensato prima, a conoscermi e a conoscere le persone con cui stavo, non sarebbero andate così di merda le mie storie. O forse non sarebbero partite proprio! Pensate che sono stata tre anni col mio fidanzato storico, ci ho vissuto insieme e ho scoperto dopo anni che ci eravamo mollati che era geloso (e il mio lavorare in discoteca non aiutava!). Certo sapevo cosa faceva, sapevo chi era in relazione a ciò che faceva ma non sapevo che fosse geloso! Magari se avessi saputo che era uno che se gli piaceva un’altra mollava  tutto senza pensare e senza capire cosa non andava con me non mi sarei ritrovata dall’oggi al domani con 20 scatoloni pieni dela mia vita per strada. Magari se lui avesse saputo che io ero una che voleva sposarsi e sfornare una 15ina di bambini non sarebbe mai stato con me. Ma io sapevo cosa faceva e non chi era. E lui sapeva che facevo e non chi ero. E forse io non sapevo chi ero. E forse lui non sapeva chi era.

Ma quando ce ne andiamo quello che resta di noi, se qualcosa resta, è chi eravamo non cosa facevamo. Come molti di voi sanno ho perso il mio migliore amico un anno e mezzo fa. Spesso parliamo di lui e il ricordo di lui è di chi era non di cosa facesse. Certo se raccontiamo un aneddoto possiamo dire che era un organizzatore eventi, posiamo dire che era una promessa del tennis finchè non si è innamorato della cantante dei Prozac+ e l’ha seguita in tournee ma non è quello che resta, resta ricordare che era una persona che sapeva come tirarti su sempre, che metteva gli amici al primo posto, che non si scomponeva mai neanche quando gli facevamo credere che gli avessero rubato la macchina, che era la persona che sapeva sempre come farti ridere.

Nessuno si ricorda cosa fai ma tutti si ricordano di chi sei. E forse se imparassimo a conoscerci potremmo tornare ad innamorarci delle anime e non delle persone. E ci sarebbero più matrimoni, meno divorzi, più gioia, meno gente che va dallo psicoterapeuta. E camineremmo mano nella mano fino a 80 anni. E più gente che si ricorderà di noi. Sempre e per sempre. E forse, come dice il mio poeta preferito, dovremmo ricordarci di parlare di amare e non di amore, di vivere e non di vita.

Tra fare ed essere c’è di mezzo il mare.

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Rotolando verso sud

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Tornare a casa durante le vacanze di Natale è un must…scendi dal treno e la prima cosa che noti è il cambiamento di temperatura: fa incredibilmente caldo! Ma tanto tu sei preparato e ti sei vestito a cipolla apposta! Torni a casa e spalanchi i balconi, incredulo ti guardi intorno, nessun pinguino nonostante la finestra sia aperto. Ma c’è tua madre che inizia ad urlare “Che sei al quindici di agosto?! Chiudi il balcone e accendi la stufa!”. Dieci gradi, stufa accesa, lacrimuccia. 

Apri il frigo e trovi gli odori e i sapori della tua terra e per un attimo ti balena in testa una strana idea “Certo che tornare a casa non sarebbe un’idea cattivissima. Magari per un periodo, mentre decido cosa fare, magari qualche mese potrei tornare al paesino.” E in quel momento arrivano le tue nipoti, hai sempre paura che non ti riconoscano più e invece la piccola ti guarda e ti dice “Zia, pipì!” e cadi in un vortice di Peppa Pig, sfide a just dance ballando gli One Direction, sofficini un boccone a te e un boccone a me ma solo dopo averli fatti sorridere, odore di frittura, mangiare le frittelle calde appena fatte. E allora l’insana idea ti assale ancora di più e pensi “Ma a me chi me lo fa fare di stare fuori, a Bologna fa troppo freddo d’inverno e troppo caldo d’estate, l’umidità è insopportabile, qua esco a fumare senza giacca. Affittano anche casa vicino ai miei così non sto proprio con loro che ci scanniamo dopo due giorni ma manco lontano che se mamma ha un problema io ci sono comunque.” E la sera esci con questa malsana idea in testa. E la esterni. 

E la reazione di tutti è più o meno la stessa ” E ch tuorn a ffa’?” perchè certe cose le devi dire in dialetto che hanno una valenza diversa (vuoi mettere quando dici “rcett o pappece nfacc a noc ramm o tiemp ca t spurtos” e quando dici “dai tempo al tempo”??!!), “qua non c’è niente da fare, il lavoro non c’è, c’è la morte sociale, egoisticamente ti dico torna ma per te…resta…o vattene all’estero.” Pure il parrucchiere me l’ha detto “Tu e fatt a megl pnsat! Anzi non hai mai pensato di andartene in Germania?” Ma perchè ce ne dobbiamo andare dalla nostra terra (intesa questa volta come Italia intera)?

Al mio paese la domanda che ci si fa sulle scale del bar più in voga in centro è la stessa ripetuta più volte “Fino a quando sta?” “Quando te ne vai?” i giovani qua non ci stanno più, si incontrano sulle scale dell’Universal, tutti. Eboli è piccola, ritrovi i compagni di scuola gli chiedi che fanno, esci con i ragazzini del parco con cui sei cresciuta ormai adulti e piano piano si crea la sottile linea rossa, quella che separa chi è restato da chi è andato via. Alcuni sono andati a studiare, c’è Elisa  che Siena a studiare giurisprudenza, Mariella che fa l’infermiera vicino Bergamo e non tornerebbe più qua, dice che le è cambiata proprio la mentalità e che poi, qua al sud, non ci entri in ospedale senza raccomandazione. 

Ci sono quelli che sono rimasti. Incontro Rosanna che ha la mia età e sono tre anni che non lavora, tre anni in cui non ha lavorato mai, neanche un giorno. Ha fatto colloqui, le hanno offerto 500 euro per lavorare 8 ore al giorno 7 giorni su 7, “con che contratto?” le chiedo “A nero! Risponde. Che contratto vuoi? Ho lavorato tre anni in una ditta e sempre a nero lavoravo, mi davano 600 euro full time.” Tre anni. A nero. 600 euro. Full time. 

Sono andata a mangiare da Lara, mamma a tempo pieno di tre bambini bellissimi. Il marito fa il camionista, lavora dalle 6 del mattino alle 10 di sera, fa turni senza soste. Ceniamo insieme, lo aspettiamo, arriva alle 11 di sera. I suoi figli non li vede neanche, sono già a nanna a quell’ora. Finiamo di mangiare e lui si scusa ma si mette sul divano, alle 4.45 ha la sveglia. Dorme quattro ore e guida 12. Prende 900 euro al mese. Non gli hanno dato neanche la tredicesima. Lavora anche il sabato e la domenica. Alle due e mezza suona il telefono, è la sveglia. Settimana scorsa è uscito una volta a quest’ora, gli è rimasta la sveglia. La mattina esce e Lara si chiede se il marito tornerà a casa o ha dormito troppo poco e diventerà uno di quelli che fanno un incidente con camion e i telecronisti del bel paese si chiedono come mai e tutti i suoi colleghi mentiranno dicendo che fanno turni giusti. 

Poi c’è Mara che ha avuto coraggio ed è tornata, ha deciso di sfidare tutto e tutti e realizzare il suo sogno di aprire un campetto cinofilo al paese suo. Il fornitore delle attrezzature l’ha truffata e adesso sono in causa, non ha né i soldi né tutta l’attrezzatura. Per non parlare della gente che le porta il cane e pensa di farlo diventare un peluche. Non c’è la cultura dell’educazione canina. Per strada la gente non ha manco la palettina, figuriamoci se educano i cani se non sono educati loro! Intanto il cane di Mara quando ti incontra per le scale si ferma e si fa di lato per farti passare. 

Certo qua le case costano di meno ma con cosa le paghi? “Devi avere due stipendi.” mi dice mia madre. Ma i single li sterminiamo o che ci facciamo? Come faccio da sola ad avere due stipendi? E che faccio poi quando torno? Sono laureata in lingue, come Caterina, che lavora al call center della Tre. Da quando si è laureata non ha lavorato neache un giorno con le lingue. Insieme a lei lavorano un laureato in psicologia, una laureata in scienze politiche e uno in informatica. 

Ci vuole coraggio per tornare al mio paese. Troppo coraggio. Ci si è fermato Cristo. Io….speriamo che me la cavo.