Rotolando verso sud

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Tornare a casa durante le vacanze di Natale è un must…scendi dal treno e la prima cosa che noti è il cambiamento di temperatura: fa incredibilmente caldo! Ma tanto tu sei preparato e ti sei vestito a cipolla apposta! Torni a casa e spalanchi i balconi, incredulo ti guardi intorno, nessun pinguino nonostante la finestra sia aperto. Ma c’è tua madre che inizia ad urlare “Che sei al quindici di agosto?! Chiudi il balcone e accendi la stufa!”. Dieci gradi, stufa accesa, lacrimuccia. 

Apri il frigo e trovi gli odori e i sapori della tua terra e per un attimo ti balena in testa una strana idea “Certo che tornare a casa non sarebbe un’idea cattivissima. Magari per un periodo, mentre decido cosa fare, magari qualche mese potrei tornare al paesino.” E in quel momento arrivano le tue nipoti, hai sempre paura che non ti riconoscano più e invece la piccola ti guarda e ti dice “Zia, pipì!” e cadi in un vortice di Peppa Pig, sfide a just dance ballando gli One Direction, sofficini un boccone a te e un boccone a me ma solo dopo averli fatti sorridere, odore di frittura, mangiare le frittelle calde appena fatte. E allora l’insana idea ti assale ancora di più e pensi “Ma a me chi me lo fa fare di stare fuori, a Bologna fa troppo freddo d’inverno e troppo caldo d’estate, l’umidità è insopportabile, qua esco a fumare senza giacca. Affittano anche casa vicino ai miei così non sto proprio con loro che ci scanniamo dopo due giorni ma manco lontano che se mamma ha un problema io ci sono comunque.” E la sera esci con questa malsana idea in testa. E la esterni. 

E la reazione di tutti è più o meno la stessa ” E ch tuorn a ffa’?” perchè certe cose le devi dire in dialetto che hanno una valenza diversa (vuoi mettere quando dici “rcett o pappece nfacc a noc ramm o tiemp ca t spurtos” e quando dici “dai tempo al tempo”??!!), “qua non c’è niente da fare, il lavoro non c’è, c’è la morte sociale, egoisticamente ti dico torna ma per te…resta…o vattene all’estero.” Pure il parrucchiere me l’ha detto “Tu e fatt a megl pnsat! Anzi non hai mai pensato di andartene in Germania?” Ma perchè ce ne dobbiamo andare dalla nostra terra (intesa questa volta come Italia intera)?

Al mio paese la domanda che ci si fa sulle scale del bar più in voga in centro è la stessa ripetuta più volte “Fino a quando sta?” “Quando te ne vai?” i giovani qua non ci stanno più, si incontrano sulle scale dell’Universal, tutti. Eboli è piccola, ritrovi i compagni di scuola gli chiedi che fanno, esci con i ragazzini del parco con cui sei cresciuta ormai adulti e piano piano si crea la sottile linea rossa, quella che separa chi è restato da chi è andato via. Alcuni sono andati a studiare, c’è Elisa  che Siena a studiare giurisprudenza, Mariella che fa l’infermiera vicino Bergamo e non tornerebbe più qua, dice che le è cambiata proprio la mentalità e che poi, qua al sud, non ci entri in ospedale senza raccomandazione. 

Ci sono quelli che sono rimasti. Incontro Rosanna che ha la mia età e sono tre anni che non lavora, tre anni in cui non ha lavorato mai, neanche un giorno. Ha fatto colloqui, le hanno offerto 500 euro per lavorare 8 ore al giorno 7 giorni su 7, “con che contratto?” le chiedo “A nero! Risponde. Che contratto vuoi? Ho lavorato tre anni in una ditta e sempre a nero lavoravo, mi davano 600 euro full time.” Tre anni. A nero. 600 euro. Full time. 

Sono andata a mangiare da Lara, mamma a tempo pieno di tre bambini bellissimi. Il marito fa il camionista, lavora dalle 6 del mattino alle 10 di sera, fa turni senza soste. Ceniamo insieme, lo aspettiamo, arriva alle 11 di sera. I suoi figli non li vede neanche, sono già a nanna a quell’ora. Finiamo di mangiare e lui si scusa ma si mette sul divano, alle 4.45 ha la sveglia. Dorme quattro ore e guida 12. Prende 900 euro al mese. Non gli hanno dato neanche la tredicesima. Lavora anche il sabato e la domenica. Alle due e mezza suona il telefono, è la sveglia. Settimana scorsa è uscito una volta a quest’ora, gli è rimasta la sveglia. La mattina esce e Lara si chiede se il marito tornerà a casa o ha dormito troppo poco e diventerà uno di quelli che fanno un incidente con camion e i telecronisti del bel paese si chiedono come mai e tutti i suoi colleghi mentiranno dicendo che fanno turni giusti. 

Poi c’è Mara che ha avuto coraggio ed è tornata, ha deciso di sfidare tutto e tutti e realizzare il suo sogno di aprire un campetto cinofilo al paese suo. Il fornitore delle attrezzature l’ha truffata e adesso sono in causa, non ha né i soldi né tutta l’attrezzatura. Per non parlare della gente che le porta il cane e pensa di farlo diventare un peluche. Non c’è la cultura dell’educazione canina. Per strada la gente non ha manco la palettina, figuriamoci se educano i cani se non sono educati loro! Intanto il cane di Mara quando ti incontra per le scale si ferma e si fa di lato per farti passare. 

Certo qua le case costano di meno ma con cosa le paghi? “Devi avere due stipendi.” mi dice mia madre. Ma i single li sterminiamo o che ci facciamo? Come faccio da sola ad avere due stipendi? E che faccio poi quando torno? Sono laureata in lingue, come Caterina, che lavora al call center della Tre. Da quando si è laureata non ha lavorato neache un giorno con le lingue. Insieme a lei lavorano un laureato in psicologia, una laureata in scienze politiche e uno in informatica. 

Ci vuole coraggio per tornare al mio paese. Troppo coraggio. Ci si è fermato Cristo. Io….speriamo che me la cavo.

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  1. Si è vero ci vuole coraggio, è vero qui al Sud non c’è niente, non ci sono servizi, non c’è lavoro, ma se continuiamo con questa mentalità non ci rialzeremo mai , noi giovani siamo il futuro di questa terra, è necessario lottare per cambiare le cose, cambiare tutto, partendo dal cambiamento di una classe dirigenziale che ha e sta fallendo.
    Noi la speranza, la luce, l’ultima spiaggia.
    Riprendiamoci questi territori bellissimi e dimenticati, il Sud non è mafia e questa la si sconfigge con gente istruita, nuova ed unita, non serve altro.
    Ti parla un calabrese che da tre mesi studia a Milano ma che non vede l’ora di mettersi in gioco, di metterci la faccia per cambiare le cose.

    • Mi fa sorridere il tuo entusiasmo. ma sono solo tre mesi che sei fuori, riparliamone tra un anno quando tornerai a casa a Natale e dirai “ma qua non ci si può vivere”. E poi uno ci tornerebbe pure ma a fare che? se non c’è lavoro come fai a stare in un posto?

  2. Beh qualcuno deve pur crederci, non si può continuare così, il lavoro come le altre cose si creano con lo sviluppo dei territori e io penso che i giovani con la G maiuscola possano dare un contributo, c’è bisogno di speranza, lealtà, preparazione e tanta voglia di fare, come dicevo sopra. C’è bisogno di un cambio generazionale e mentale.
    Se riusciremo ad entrare in questa concezione il Sud può diventare Nord.
    Magari mi sbaglio , magari sono soltanto un illuso, però fa male vedere morire quei luoghi che ti hanno cresciuto e che , nel bene e nel male, ti hanno dato tanto. Si ci sono tante difficoltà ma bisogna crederci.
    “Ai meridionali è accaduto di perdere il passato, il mondo da cui vengono. Esuli della loro storia e della loro memoria; esuli in casa ed esuli e basta”.
    Un saluto e auguri di buon anno!

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