…Alice

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Usciti di lì si ritrovarono in un grande giardino “Ma…” balbettò Alice “Sono entrata da questa porta e ho visto un campo e una bambina a cavallo! Dove siamo? Davvero non capisco!” Lo gnomo rise calorosamente “Guarda bene…” una ragazzina con lunghi capelli castani e grandi occhi verdi intrecciava fiori rendendoli opere d’arte. Guardando gli occhioni della bambina riconobbe qualcosa di familiare. Si avvicinò…non aveva dubbi, quella era la sua collega. “Lei è la mia collega…gnomo…davvero…non capisco…è un sogno? Trovo tutto un po’ inquietante e vorrei svegliarmi se non ti dispiace.” Lo gnomo sorrise e schioccò le dita. Come per magia si ritrovarono nel giardino della casa dei genitori di Alice, tutto sembrava uguale a vent’anni prima, immobilizzato in un tempo irreale, fuori dalla realtà quotidiana. Eppure sembrava così vero, pensò la ragazza, se era un sogno era il più vivido che avesse mai avuto.

“Non hai ancora capito dove siamo, vero?” le chiese lo gnomo. Alice scosse la testa “Questa era la mia casa da bambina, ci vivono i miei, ci torno per Natale…non capisco…perché mi hai portata qui?” il buffo esserino sbuffò spazientito “Alice…siamo alla fine dei sogni, dove finisce l’arcobaleno e tutti i desideri che avevate da bambini. Vedi…quando ognuno di voi, piccoli esseri umani, è piccolo, portate dentro al cuore la strana convinzione, chiamata da vo mortali ingenuità, di pensare che tutto possa avverarsi e che da grandi possiate fare tutto quello che volete. Poi siete cresciuti ed avete scoperto che qualcuno vi aveva rubato la fine dei sogni, il futuro, come lo chiamate voi. Vi siete scontrati con un mondo che non era quello che immaginavate e avete dimenticato l’ingenuità e il desiderio. Passate la vita accontentandovi delle briciole che avete per sopravvivere ma non vi siete mai chiesti dov’è finita quella parte di voi che guardava al futuro con grandi occhi speranzosi. Eccolo, Alice, questo è il posto in cui finisce….questo posto è chiamato da noi la fine dei sogni.” Alice si guardò intorno, la fine dei sogni? Come poteva essere la casa dei suoi genitori la fine dei suoi sogni? Certo che per essere un sogno era bello complicato!

“Gnomo, non vorrei sembrarti maleducata, ma io ho sempre sognato di andare via da qui e adesso tu mi dici che il mio sogno era tornare qui? Sognavo di girare il mondo intero, sognavo di essere qualcuno di importante…” Lo gnomo si sedette su un sasso e si portò la mano alla fronte “Bambina mia ti hanno portato via anche l’immaginazione! Torna indietro con la memoria…qual era il tuo più grande sogno?” Alice strizzò gli occhi cercando di ricordare. Non ricordava più neanche quando aveva smesso di sognare, o meglio, quando i suoi sogni erano diventati un lavoro stabile e una bolletta del gas più bassa. Pensò al suo lavoro da barista saltuaria, alla grande gioia con cui prendeva i soldi a fine serata. Sognava un lavoro fisso e un contratto, pensò. Ma il sogno non le sembrò all’altezza delle aspettative del posto in cui si trovava.

Tornò ancora più indietro a quando si era laureata, alla sua pergamena costata quanto la sua paga di una sera e lasciata a marcire in un cassetto; dottoressa, la chiamava con lettere dorate e maliziose e quando l’aveva vista la prima volta l’aveva letto più volte “Dottoressa” si era ripetuta sognando un lavoro in cui fregiarsi di un titolo tanto altisonante. Ma la pergamena di laurea era stata l’unica a chiamarla così, c’è crisi, signorina, le ripetevano i datori di lavoro, ci spiace. Sapessi quanto spiace a me, pensava ed aveva accantonato il sogno del lavoro da laureata. Ma neanche quello le sembrò il tipo di sogno a cui si riferiva lo gnomo.

Tornò indietro a quando viveva in quella casa e sognava di andare via, sognava di avere una casa tutta sua e di dimostrare al mondo e ai suoi genitori chi era, di dirgli che ce l’avrebbe fatta da sola. E se n’era andata ma la realtà non soddisfaceva l’immaginazione, un monolocale da dividere in quattro e il Natale che diventava simbolo d’angoscia per le bollette del gas non erano quello che si era immaginata. Aveva cambiato 3 città, 12 case, 36 coinquilini e anche il sogno di una casa e di un posto tutto per lei in cui mettere radici era sfumato in una bolla di sapone.

Ad un tratto ricordò qualcosa…casa dei suoi…non ci fu mai posto tanto amato e tanto odiato insieme. Da piccola sognava di scappare lontano, è vero, sognava di avere un posto tutto suo e qualcuno che l’amasse alla follia…ma era questo il punto….sognava. Più che sognare, il verbo corretto, sarebbe stato immaginare. Alice immaginava a tinte forti, Alice fantasticava ad occhi aperti tutto il tempo, cambiava i finali dei film, viveva nei telefilm, si creava dentro di lei un mondo più accogliente di quello freddo e ostile in cui viveva. E scriveva, non faceva altro che scrivere per cambiare i finali alle storie che non le piacevano. Questo era il suo più grande sogno, scrivere.

“Gnomo mi sono ricordata, volevo scrivere, cambiare il finale a ciò che non mi piaceva, creare il mondo che volevo e farlo leggere agli altri per far vedere quello che avevo dentro! Non ero compresa, o forse non mi ci sentivo e basta, mi sentivo un caleidoscopio che qualcuno guarda nella confezione e non si prende la briga di guardarci dentro. Volevo scrivere per farmi guardare dentro, questo era il mio sogno.”

Lo gnomo sorrise “Finalmente ti riconosco. Adesso vai e cerca quella bambina. Ritrovati nel posto in cui costruivi le tue storie, te lo ricordi, vero?”

Questa volta senza esitazioni la ragazza entrò nella vecchia casa. Certo che se lo ricordava il posto in cui andava quando sentiva il freddo dentro, quando non si sentiva capita e compresa da nessuno. Si chiudeva in bagno, davanti alla lavatrice che girava sempre, così non si sarebbe sentito il suo pianto, si sarebbe sentita cullata dal movimento della centrifuga e in quell’oblò dove i colori dei vestiti si mischiavano senza logica lei avrebbe creato il suo mondo immaginario.

Alice aprì la porta del bagno e si ritrovò faccia a faccia con i suoi sogni, con quella bambina dai grandi occhi neri seduta sul pavimento del bagno, con i piedini appoggiati ai lati della lavatrice e un foglio e una penna in mano. “Chi sei tu?” le chiese la bambina “Sei strana, hai gli occhi tristi.” Alice si mise a sedere accanto a lei e le cinse le spalle con un braccio. “Hai ragione, te lo devo, non posso avere gli occhi tristi, finchè hai un foglio e una penna non devi essere triste.”

“Quando io sarò grande sarò felice, tu perché sei grande e sei triste? Hai smesso di sognare.”

“Ho smesso di scrivere.” Le rispose Alice “Ho smesso di creare un mondo in cui mettere ciò che ho dentro e mi sono incastrata nel mondo dove si cerca di trovare un posto solo a ciò che hai fuori.”

“Per questo sei triste?”

“Non sono triste. Adesso sono felice perché ho trovato te e portandoti sempre con me sarò felice.”

“Lo sapevo! Sapevo che qualcuno sarebbe venuto a prendermi!”

La bambina si alzò e seguì Alice in silenzio tenendola per mano. Uscirono fuori nel grande prato dove ad aspettarle c’era lo gnomo che sorrideva silenzioso. Al suo fianco tornò l’arcobaleno.

Alice si svegliò madida del proprio sudore, aveva il respiro affannato e il cuore batteva a duecento all’ora.

“Ho sognato?” si chiese ma tutto le sembrava così reale.

Si alzò e cercò un foglio e una penna. Non le importava sapere se aveva sognato oppure no; aveva fatto una promessa a quella bambina e doveva rispettarla.

Le avrebbe creato un mondo in cui vivere serena per sempre. Immagine

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